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Ken Robinson: come cambiare i paradigmi dell’istruzione?

By on 28/06/2018

 

Un modello di scuola obsoleto e anacronistico

Secondo Ken Robinson, uno dei massimi esperti al mondo in tema di educazione, il nostro sistema scolastico è ormai incapace di rispondere ai bisogni della società di oggi. Questo appoggia infatti le proprie radici nella cultura dell’illuminismo e della prima rivoluzione industriale: la scuola è stata pensata sul modello di una catena di montaggio, dove all’interno di uno spazio chiuso e ordinato si trovano degli individui a cui vengono affidati dei compiti precisi, con regole e tempi ben definiti. Inoltre, esattamente come in una fabbrica, chi commette errori viene punito. L’errore non è accettabile perché rappresenta una battuta d’arresto nel processo produttivo. Ciò evidentemente annulla ogni possibilità di agire e pensare secondo modalità impreviste. Da qui tutta una serie di ostacoli che impediscono lo sviluppo del cosiddetto pensiero divergente. Questo determina un atteggiamento diffuso di mortificazione dei talenti, oltre ad un’importante occasione di crescita emotiva persa.

Provocatoriamente Robinson dice che lo scopo della scuola è quello di creare professori universitari, quindi abilità di tipo accademico. Gli studenti sembrano dover essere incanalati, soprattutto a partire dalla scuola media, verso un tipo di apprendimento che ammette soltanto pochi tipi di intelligenze, quelle più legate al linguaggio verbale e al linguaggio matematico. Secondo Robinson però la scuola non può più permettersi di prevedere una crescita standardizzata e conformizzata, se non vuole continuare ad apparire obsoleta e anacronistica, oltre che inefficace. E’ dunque necessario che cambi i suoi paradigmi, ovvero sviluppi anziché uccidere la creatività, intesa come «processo che genera idee originali che hanno un valore». Robinson distingue tra pensiero divergente e creatività: il pensiero divergente è una capacità essenziale per la creatività, ma nello specifico per pensiero divergente si deve intendere «l’abilità di vedere molteplici risposte ad una medesima domanda». Tutti abbiamo questa capacità innata che però viene assopita e spenta man mano che il bambino frequenta la scuola. «Qui si insegna che c’è una solo risposta ad una stessa domanda e si trova alla fine del libro!» Secondo lo studioso, ciò non dipende dalle cattive intenzioni di un insegnante, questa idea è connaturata nel DNA stesso del sistema scolastico. In classe il docente si rende perfettamente conto di ritrovarsi con “talenti” diversi, ma molto spesso non riesce a fare altro se non proporre lo stesso menu per l’intero gruppo classe.

Come cambiare i paradigmi dell’istruzione?

Non ci resta pertanto che uscire da questo modello che divide accademico e non accademico, astratto – concreto, quindi sapere e saper fare (Gentile) e mille altre dicotomie, e iniziare a vedere le persone  nella loro unicità e specificità (personalizzazione dell’insegnamento). Ogni studente ha il diritto di veder valorizzate le proprie capacità intellettuali…i propri talenti. Dobbiamo, inoltre,  tener conto anche del contesto sociale, politico e culturale in cui le persone agiscono e operano. In contesti difficili, infatti, il talento ha difficoltà ad essere intercettato. Sarà la qualità dell’esperienza di apprendimento a determinare in misura maggiore o minore l’emergere del talento.

In altri termini, la scuola deve creare le condizioni affinché i talenti dei bambini e bambine possano innanzitutto emergere e poi essere sviluppati.

 

 

 

 

 

 

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