Metodo formativo

 

 

Perché è importante portare l’Antropologia nelle scuole?

L’Antropologia viene solitamente vista dagli insegnanti come una disciplina lontana dalla loro realtà quotidiana, rinchiusa com’è nei propri orizzonti accademici. In Italia manca ancora oggi sia un’adeguata attenzione all’utilizzo della metodologia etnografica in classe sia una formazione diffusa che faccia comprendere l’importanza di questa disciplina nel lavoro quotidiano di un insegnante. Le modalità di indagine proprie dell’etnografia – modalità che valorizzano l’ascolto, la riflessività, l’empatia, la flessibilità, l’immaginazione, la perspicacia, la predisposizione a mettersi dal punto di vista di – costituirebbero invece un efficace strumento di lettura e comprensione della realtà circostante.

Fino ad oggi gli antropologi non sono stati coinvolti in maniera sistematica nella formazione dei docenti, limitandosi in molti casi ad un affiancamento dei formatori. Eppure questi studiosi possiedono strumenti concettuali e pratici che gli consentono di progettare percorsi formativi rivolti direttamente agli insegnanti o agli alunni, in quest’ultimo caso attraverso attività laboratoriali che insegnino a guardare il mondo con uno sguardo nuovo, in grado di tenere conto della complessità e diversità che lo caratterizza.

L’insegnante deve partire dalla consapevolezza che non può esaurire il proprio lavoro nella semplice trasmissione delle informazioni, il suo è un compito ben più difficile e gravoso: deve saper ascoltare e comprendere, ma anche sapere dove e quando intervenire per portare alla luce tutte quelle diversità che si dipanano sotto i suoi occhi. Gli studenti devono crescere in un ambiente che li educhi al pluralismo, dove venga loro insegnato che esiste la possibilità di un pensiero differente rispetto a quello dominante. Servono ambienti che non impongano un modello a priori, ma lascino il bambino libero di usare la sua libertà immaginativa.

Sarebbe pertanto opportuno che anche i docenti provassero a vestire consapevolmente i panni degli antropologi o, detto in altri termini, diventassero etnografi di sé stessi (Gobbo, 2012), cosa che, tra l’altro, quotidianamente fanno, ma senza rendersene conto. L’insegnante si fa antropologo nel momento in cui cerca di cogliere dinamiche, atteggiamenti, sguardi, comportamenti che ad un occhio inesperto potrebbero passare inosservati. Il docente sa perfettamente che cogliere tali aspetti è fondamentale, perché gli consente di adattare il proprio approccio, così come le modalità di fare didattica, sulla base delle esigenze e dei bisogni degli alunni. L’osservazione è infatti il punto di partenza, la parte fondamentale per procedere nel lavoro di comprensione dell’altro.

 

Acrostico fatto da una docente durante una mia formazione

 

 

Cosa hanno in comune antropologia e ironia?

L’antropologia trova nell’ironia un importante alleato per la promozione dell’esercizio dell’autonomia critica e per l’affermazione dell’agire democratico sia all’interno che all’esterno della classe.

Per capirlo nelle formazioni affronteremo tante tematiche che quotidianamente ci troviamo ad affrontare senza averne piena consapevolezza: identità, cultura, diversità, dialogo, stereotipi e pregiudizi, inclusione, intelligenze e talenti, life skills (pensiero critico, creatività, empatia, ecc…), ironia e umorismo.

Cos’è l’ironia?

Già da Socrate l’ironia era considerata un elemento chiave per lo sviluppo formativo, inteso come un processo dialettico che prende vita attraverso l’arte maieutica, mediante la quale l’educatore, mette prima di tutto in discussione sé stesso e le proprie “certezze”, smascherandone l’inconsistenza attraverso la famosa frase «so di non sapere», e invitando i propri allievi a fare altrettanto. L’ironia costituisce dunque una valida risorsa nell’esercizio dell’attività educativa, sia per quanto riguarda gli aspetti relazionali sia rispetto all’apprendimento in generale. È noto infatti che la cosiddetta warm cognition o apprendimento caldo di cui parla la prof.ssa Lucangeli, consente al bambino di apprendere meglio e più velocemente proprio attraverso il sorriso, divertendosi.

L’ironia determina il costituirsi di atteggiamenti che hanno a che fare con la solidarietà, la coesione, il dialogo e l’inclusione, ma anche l’adattabilità, la resilienza e la messa in discussione. Ciò contribuisce anche a limitare alcuni fenomeni, come ad esempio il bullismo.

Per questi motivi e molti altri che scopriremo insieme, nelle mie formazioni cerco di mostrare l’importanza di un habitus ironico, intendendo con «ironia» una potente forza pedagogica e formativa in grado di incidere nel processo di acquisizione delle life skills, di determinare miglioramenti anche sul piano pedagogico-didattico e sul clima all’interno della classe.

Cosa sono le Life Skills?

Per Life Skills si intendono tutte quelle competenze di vita che consentono di affrontare efficacemente tutta una serie di situazioni e sfide quotidiane, sia dentro che fuori la scuola.

Nel 1993, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento “Life Skills Education in schools” in cui si è ribadita l’importanza delle Life Skills per la promozione dell’educazione alla salute, nel senso ampio del termine, in ambito scolastico.

Queste competenze di vita (autoconsapevolezza, gestione delle emozioni e dello stress, pensiero critico, decision making, problem solving, creatività, comunicazione efficace, capacità di attivare relazioni interpersonali ed empatia), promuovono le competenze psico-sociali degli studenti, valorizzando così l’azione didattica. Le Life Skills sono raggruppabili in sociali, cognitive ed emotive e vanno ad incidere su tre ambiti fondamentali dell’individuo: imparare a sapere (prendere decisioni, risolvere problemi ed esercitare il pensiero critico); imparare ad essere (saper gestire le proprie emozioni, lo stress in particolare); imparare a vivere insieme (comunicazione interpersonale, empatia, lavoro di gruppo, inclusione, risoluzione di conflitti).

La metodologia:

La metodologia è caratterizzata da un’impostazione laboratoriale, attivo-esperenziale: alterna gli apporti teorici con momenti di apprendimento attivo, di lavoro in gruppo e restituzioni collettive. I docenti potranno fare la stessa cosa nelle loro classi. L’obiettivo è quello di far vivere agli insegnanti un’idea di laboratorio inteso non solo come un concetto, ma anche come un metodo di lavoro da applicare nella didattica quotidiana, in maniera complementare e sinergica rispetto alla lezione frontale e all’osservazione della realtà circostante. È fondamentale infatti che i docenti incoraggino un atteggiamento attivo degli allievi nei confronti del sapere, sulla base della loro curiosità, ma anche delle loro abilità, intelligenze e talenti.

Le mie sono dunque formazioni laboratoriali, fortemente innovative, che valorizzano la didattica attiva e alternano una parte pratica caratterizzata da esercitazioni in gruppo, giochi di ruolo, esercizi di scrittura autobiografica, brainstorming e attività che prevedono l’utilizzo di schede didattiche o  materiali che possono poi essere riutilizzati in classe. Il laboratorio è qui inteso come un concetto, un’idea, un metodo, è in tal senso vengono concepiti e si sviluppano tutti i miei corsi.