Pillole di antropologia

Perché fare antropologia a scuola?

By on 15/11/2016
Cos’è l’antropologia?

L’antropologia nasce in Europa nell’Ottocento e si caratterizza come studio dei popoli primitivi, cosiddetti “selvaggi”. Questo interesse verso l’Altro inizia però a delinearsi già verso la fine del XV secolo, dopo le prime scoperte delle Indie e delle Americhe. Per questo motivo alcuni studiosi la considerano una modalità particolare adottata dall’Occidente di lì in avanti per relazionarsi con gli altri popoli.

acrostico – insegnante – antropologia

Andiamo però con ordine: etimologicamente parlando, l’antropologia è la disciplina che si occupa dello studio dell’uomo (dal greco ànthropos = “uomo” e lògos = “parola, discorso”), più correttamente potremmo dire che l’antropologia è lo studio dell’altro, inserito all’interno di una società. Con tutte le relazioni, dinamiche e complicazioni che questo comporta.

È proprio grazie all’Altro però che riusciamo a definire e comprendere meglio noi stessi. Un tempo quello dell’antropologo era un mestiere bizzarro, uomini e donne (poche) coraggiose che andavano in posti lontani e difficili, rinunciando alle proprie comodità, per cogliere il  punto di vista dei cosiddetti “nativi”, studiarne la cultura, la tradizione, i rituali, il sistema politico, sociale e così via… Da sempre dunque gli antropologi si sono sforzati di capire individui e popoli diversi da loro, in questa tensione empatica caratterizzata dalla sospensione del giudizio e, soprattutto, dalla de-costruzione del pre-giudizio. Questo sforzo riflessivo e questa mentalità interculturale sono fondamentali ancora oggi, perché – lo sappiamo – l’idea che esistano culture “pure”, chiuse in sé stesse e impermeabili al contatto e al cambiamento, è un mito che ha ormai mostrato abbondantemente tutti i suoi limiti.

C’è infatti sempre anche un “noi” con il quale dei “loro” devono necessariamente relazionarsi. Come già affermava Aristotele nel Libro I della “Politica”, l’uomo non è un essere isolato, ma un “animale politico e sociale”, che tende per sua stessa natura ad aggregarsi con gli altri individui e a costituirsi in società e gruppi.

A questo proposito, una delle definizioni più efficaci di antropologia è a mio parere quella di Marc Augé, secondo il quale “L’anthropologie traite du sens que les humains en collectivité donnent à leur existence”, ovvero l’antropologia studia il senso che gli uomini in collettività danno alla loro esistenza.

Un aspetto in particolare caratterizza l’antropologia e la distingue dalle altre scienze. Mentre queste ultime sono volte alla ricerca di certezze, alla formulazione di teorie e al raggiungimento degli obiettivi iniziali, l’antropologia è invece una disciplina definita “ribelle”. Avendo infatti a che fare con l’uomo, non può che sollevare continuamente dubbi, smantellare le presunzioni di certezza, mettere in discussione tutto, compresi quei paradigmi sui quali si fonda la disciplina stessa, assumendo di conseguenza un atteggiamento di distacco, il famoso “sguardo da lontano” di cui parlava Levi-Strauss, in grado di cogliere punti di vista diversi.

Osservare la realtà con gli occhi di un antropologo

In un mondo, una «società liquida», caratterizzata dal pluralismo e in continuo cambiamento, in una costante tensione verso chi è diverso da noi, occorre una «forma mentis» adatta ad affrontare tutta la complessità del reale, con un atteggiamento di apertura, di tolleranza, di messa in discussione, di spiazzamento della retorica, di esercizio dell’autonomia critica. In questo senso il gravoso compito dei docenti di oggi è quello di fornire agli alunni tutti quegli strumenti che gli consentiranno di affrontare la complessità e imprevedibilità della società contemporanea, ovvero: autonomia di pensiero, consapevolezza, senso critico e capacità di usare le conoscenze per interpretare e affrontare la realtà.

Perché è importante insegnare l’antropologia a scuola?

L’Antropologia viene solitamente vista dagli insegnanti come una disciplina lontana dalla loro realtà quotidiana, rinchiusa com’è nei propri orizzonti accademici. In Italia manca ancora oggi sia un’adeguata attenzione all’utilizzo della metodologia etnografica in classe sia una formazione diffusa che faccia comprendere l’importanza di questa disciplina nel lavoro quotidiano di un insegnante. Le modalità di indagine proprie dell’etnografia – modalità che valorizzano l’ascolto, la riflessività, l’empatia, la flessibilità, l’immaginazione, la perspicacia, la predisposizione a mettersi dal punto di vista di – costituirebbero invece un efficace strumento di lettura e comprensione della realtà circostante.

Fino ad oggi gli antropologi non sono stati coinvolti in maniera sistematica nella formazione dei docenti, limitandosi in molti casi ad un affiancamento dei formatori. Eppure questi studiosi possiedono strumenti concettuali e pratici che gli consentono di progettare percorsi formativi rivolti direttamente agli insegnanti o agli alunni, in quest’ultimo caso attraverso attività laboratoriali che insegnino a guardare il mondo con uno sguardo nuovo, in grado di tenere conto della complessità e diversità che lo caratterizza.

Questo è tanto più urgente quanto più vediamo acuirsi le tensioni e le contraddizioni all’interno della nostra società. In questo senso l’antropologia, consentirebbe di informare in maniera puntuale e, soprattutto, consapevole i docenti sulle dinamiche che intercorrono dietro certi fenomeni drammaticamente attuali, offrendo loro gli strumenti necessari per educare le nuove generazioni al confronto, al dialogo e all’ascolto.

L’insegnante deve partire dalla consapevolezza che non può esaurire il proprio lavoro nella semplice trasmissione delle informazioni, il suo è un compito ben più difficile e gravoso: deve saper ascoltare e comprendere, ma anche sapere dove e quando intervenire per portare alla luce tutte quelle diversità che si dipanano sotto i suoi occhi. Gli studenti devono crescere in un ambiente che li educhi al pluralismo, dove venga loro insegnato che esiste la possibilità di un pensiero differente rispetto a quello dominante. Servono ambienti che non impongano un modello a priori, ma lascino il bambino libero di usare la sua libertà immaginativa.

Sarebbe pertanto opportuno che anche i docenti provassero a vestire consapevolmente i panni degli antropologi o, detto in altri termini, diventassero etnografi di sé stessi (Gobbo, 2012), cosa che, tra l’altro, quotidianamente fanno, ma senza rendersene conto. L’insegnante si fa antropologo nel momento in cui cerca di cogliere dinamiche, atteggiamenti, sguardi, comportamenti che ad un occhio inesperto potrebbero passare inosservati. Il docente sa perfettamente che cogliere tali aspetti è fondamentale, perché gli consente di adattare il proprio approccio, così come le modalità di fare didattica, sulla base delle esigenze e dei bisogni degli alunni. L’osservazione è infatti il punto di partenza, la parte fondamentale per procedere nel lavoro di comprensione dell’altro.

 

Alcuni bambini di una classe di scuola dell’Infanzia dell’IC di Delebio

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