Pillole di antropologia

Nascita e storia di un movimento: il chicanismo

By on 17/07/2016

 

Ricostruzione storico-geografica del rapporto tra Messico e Stati Uniti

Per capire tutte le dinamiche che hanno interessato la costruzione culturale chicana occorre procedere con una ricostruzione storico-geografica di tutti quegli eventi, processi e relazioni che hanno segnato il rapporto tra Messico e Stati Uniti d’America. Questi sono due vastissimi territori che, da un certo momento in poi, hanno visto intensificare i loro contatti in un senso spesso conflittuale ma, di fatto, contraddistinto da relazioni di reciproca dipendenza. Una data fondamentale che segnerà una svolta è il 2 Febbraio 1848, anno in cui il governo messicano e quello statunitense firmarono il famoso Trattato di Guadalupe-Hidalgo, per porre fine a due anni di violenti conflitti (Guerra messicano-statunitense 1846-48) nei quali persero la vita più di 63 mila persone di entrambe le nazionalità (Gutiérrez, 1995). Dopo la vittoria statunitense, il Trattato stabilì dei nuovi confini tra i due paesi. Il Messico sarà costretto a cedere agli Stati Uniti gran parte del suo territorio: Texas, California, Nuovo Messico, la maggior parte dell’Arizona, una cospicua parte del Nevada, Utah e Colorado e, infine, una parte del Wyoming. Tutto questo segnerà indirettamente il destino di circa 100 mila messicani, i quali si troveranno improvvisamente a vivere all’interno di un nuovo Stato. Almeno formalmente, si cercò di garantire loro gli stessi diritti di cui godevano gli altri cittadini statunitensi, ma nella realtà quotidiana queste rimasero soltanto delle buone intenzioni impresse sulla carta. La nuova popolazione messicano-americana diverrà, infatti, ben presto una minoranza etnica spesso vittima di discriminazioni e sfruttamento.

Queste particolari vicende storiche segneranno l’inizio di un incessante flusso migratorio tra i due paesi, che darà luogo a quella che oggi viene chiamata: “latinizzazione degli Usa” (Davis, 2000). Si calcola, infatti, che sul territorio statunitense siano presenti circa 35 milioni di Latinos, di cui quasi i due terzi sono messicano-americani (Arreola, 1998).

Chi sono i chicanos?

I chicanos sono dunque individui che, attraverso il processo migratorio, si riappropriano delle proprie terre. Terre appartenenti un tempo al grande impero mexica: quel famoso Southwest che molti chicani/e considerano ancora oggi come il proprio paese d’origine. Essi dunque non si sentono immigrati, almeno non nel senso etimologico del termine; è la società statunitense a percepirli come tali.

Fu soprattutto a partire dagli anni Sessanta che i chicani cercheranno, da un lato, di ricostruire le origini e la storia del loro popolo, dall’altro, di recuperare tutti quei simboli precolombiani o, in altre parole, quelle “figure del ricordo” che andranno a connotare, in maniera ancora più specifica e incisiva, l’identità e il senso di appartenenza del popolo della Raza. Sarà con il mito di Aztlán e con quello della Raza Cósmica, elaborati dal filosofo messicano José Vasconcelos nel 1925, che il popolo chicano prenderà consapevolezza della propria identità storica e culturale. Il richiamo metaforico ad Aztlán rivela quindi il bisogno da parte di molti chicani di trovare un racconto fondativo di matrice indigena, che rappresenti un punto saldo da cui procedere per la costruzione di un’identità culturale e politica alternativa a quella statunitense, ma anche – nel medesimo tempo – a quella messicana. È quindi a partire dalla costruzione di questa memoria sociale che prenderà forma la loro complessa identità di messicano-americani e si incomincerà a rivendicare con orgoglio la propria appartenenza al popolo della Raza. Popolo che nacque nel momento in cui venne alla luce il primo figlio di Hernán Cortés e della sua amante-traduttrice, la famosa Malinche. Sebbene ci troviamo su un terreno prettamente teorico e speculativo, ritengo di fondamentale importanza la creazione di tale corpus teorico-mitologico per il delinearsi della costruzione culturale chicana.

Prima della nascita e diffusione del chicanismo, nel decennio che va dal 1930 al 1940, i giovani messicani-americani avevano dato vita, soprattutto nel Sudovest degli Stati Uniti, alla sottocultura dei cosiddetti pachucos (Montezemolo, 2004): ragazzi tra i tredici e i diciassette anni che si distinguevano per il loro modo di vestire e per il dialetto caló che essi parlavano. I pachucos si raggruppavano generalmente in bande rivali, portando con sé evidenti segni di riconoscimento. Quello che saltava più all’occhio era sicuramente l’abbigliamento, in particolare i famosi zoot suit.

La società dominante identificherà chiunque avesse tali caratteristiche come membro di una gang. In quanto tali, la loro identità non si poteva conciliare né con l’ambiente e la cultura d’origine, ovvero quella messicana, né con la nuova cultura statunitense. Quella pachuco fu dunque una prima forma di identità ibrida.

Questa sottocultura, come vedremo, lascerà il posto a quella dei chicanos, i quali conserveranno parte del vecchio slang, dandogli però una forte connotazione politica.

Inizialmente il termine chicano veniva utilizzato in accezione negativa per indicare lo “[…] statunitense di origine messicana di bassa estrazione sociale […]” (Montezemolo, 2004, p. 48), sarà soltanto a partire dagli anni Sessanta che esso verrà assunto in un processo di auto-determinazione che portò ad un ribaltamento del senso.

Di fatto possiamo dire che l’assunzione del nome “chicano” rappresentò il punto di inizio dal quale si svilupperà, da un lato, una presa di coscienza identitaria e, dall’altro, la consapevolezza della necessità di portare avanti una serie di questioni socio-politiche, culturali, economiche ed educative.

I movimenti di rivendicazione dei diritti civili

Con gli anni Sessanta iniziarono così una serie di battaglie combattute in nome dei diritti civili e politici. I primi a mobilitarsi furono gli studenti bianchi, i quali marciarono lungo le strade contro la guerra del Vietnam; poi seguirono i movimenti femministi e quelli per i diritti civili degli afro-americani; infine i movimenti di liberazione e giustizia sociale dei chicanos, così come delle altre minoranze etniche degli Stati Uniti: portoricani, asiatico-americani e nativi-americani. “Fuimos desde todos los E.U. – raza, negros, indios, anglos – demandando justicia” (Martínez, 1991, p. 128).

La spinta decisiva si ebbe però con il Civil Rights Movement, il quale rappresentò per tutti gli altri movimenti, oltre che un modello al quale far riferimento, anche un fondamentale stimolo per aprire le menti e recuperare così l’orgoglio della propria identità etnica. Iniziarono allora a diffondersi quelle che generalmente vengono chiamate “politiche di resistenza e autodeterminazione”. Questi cambiamenti andarono, infatti, di pari passo con l’acquisizione da parte di molti messicano-americani di una nuova consapevolezza identitaria.

In questa ricostruzione dei processi storici e politici e, soprattutto, psicologici e culturali, che hanno portato alla formazione dell’identità chicana, il movimento degli anni Sessanta-Settanta ha svolto certamente un ruolo centrale. Il chicanismo (Lupo et al, 2006) fu un movimento politico, sociale e culturale che si sviluppò negli Stati Uniti e che coinvolse milioni di immigrati messicani uniti dai medesimi ideali e decisi ad affermare la propria identità in contrapposizione a quella anglo-americana. Non si trattò di un movimento monolitico, ma piuttosto di qualcosa di eterogeneo, differente a seconda delle zone all’interno delle quali si sviluppava. Le rivendicazioni del popolo della Raza variavano, infatti, a seconda di dove ci si trovava: se nel New Mexico si combatteva per il possesso delle terre sottratte con il Trattato del 1848, in California si lottava invece per la conquista dei diritti civili, legati soprattutto all’accesso all’istruzione universitaria e al mondo del lavoro.

Molti saranno i modelli di riferimento del chicanismo, così come i leaders che guideranno il movimento: da Zapata a Villa, da Frida Khalo a Diego Rivera, da César Chávez a Reies Tijerina, da Rodolfo «Corky» Gonzales a José Angel Gutiérrez e, infine, Luis Valdez, fondatore del famoso teatro campesino. Ciascuno di questi leaders si farà portavoce dei sogni e delle sofferenze di migliaia di uomini e donne, studenti e lavoratori.

Numerose furono le richieste del popolo chicano: dalla possibilità di accedere all’istruzione al miglioramento delle condizioni lavorative e alla possibilità di essere assunti in impieghi pubblici maggiormente qualificati. E, ancora, avere una rappresentanza politica al governo, poter assistere alla fine delle politiche discriminatorie e alla cessazione delle divisioni di genere e classe, ottenere il riconoscimento dei propri sindacati, ma anche cibo e terra non contaminati da pesticidi[1], educazione multiculturale o “diversificata” e, infine, l’introduzione o la salvaguardia del bilinguismo nelle scuole. La battaglia condotta per il recupero della lingua spagnola è ancora oggi di fondamentale importanza per una presa di coscienza sempre più radicata dell’identità politica e culturale chicana (Montezemolo, 2004). Ciò risiede nel fatto che la lingua rappresenta uno degli elementi più importanti nella costituzione dell’identità di un popolo.

Molte furono anche le organizzazioni che cercarono di perseguire queste conquiste, tra le tante va ricordato il MEChA (the Chicano Student Moviment of Aztlán), il quale porterà avanti numerose battaglie in nome sia del diritto allo studio sia di un ideale di uguaglianza universale.

Si formarono inoltre comitati di lavoratori in tutto il paese. Il più importante fu quello organizzato da Reies Tijerina. La Alianza, questo il suo nome, era un’organizzazione che lottava per affermare il diritto dei messicani a riappropriarsi delle proprie terre.

Tijerina divenne immediatamente uno dei più importanti leader del movimento chicano. Egli cercò prima l’appoggio delle altre minoranze etniche e, in seguito, organizzò petizioni, marce e azioni dirette ad ottenere la restituzione delle terre ai legittimi proprietari. Per questo egli sarà incarcerato, ma ciò non impedirà comunque ai suoi seguaci di portare avanti le loro rivendicazioni.

Un altro leader, come precedentemente accennato, fu Rodolfo “Corky” Gonzales, il quale fondò la Cruzada per la giustizia, che ottenne immediatamente l’appoggio della popolazione che viveva nei quartieri più poveri delle grandi città, i cosiddetti barrios. Il 27 marzo del 1969 fu organizzata la prima conferenza della gioventù chicana, alla quale parteciparono circa 1500 giovani entusiasti di celebrare la nuova nazione di Aztlán.

César Chávez come Martin Luther King

Alla lotta per la restituzione della terra, si affiancò ben presto quella per la salvaguardia dei diritti dei lavoratori. Nacque così nel 1962 l’Associazione nazionale dei lavoratori contadini[2], guidata da César Chávez. Nel 1966 l’Unione, così chiamata, organizzò una marcia alla quale parteciparono più di 300 mila persone. Queste sfilarono per le strade proclamando lo sciopero dei trabajadores che lavoravano nelle coltivazioni d’uva. La marcia terminò a Sacramento, capitale della California, ottenendo grazie ad un boicottaggio generale la sua prima vittoria: il riconoscimento dell’ Unión de los Trabajadores.

Soltanto con la nascita di questo movimento guidato da César Chávez, i chicani trovarono finalmente una definizione nella quale riconoscersi sia come gruppo sociale sia come gruppo etnico. César Chávez rappresentò per i messicano-americani ciò che Martin Luther King fu per gli afro-americani, vale a dire un grande leader da seguire e, nel medesimo tempo, un modello di coraggio e forza al quale ispirarsi.

Nel frattempo si fecero sempre più dure e numerose le proteste contro la guerra del Vietnam. La marcia più importante fu, senza dubbio, quella conosciuta come National Chicano Moratorium March. Il 29 Agosto 1970, circa 30 mila persone – tra cui anche molte famiglie con al seguito i propri figli – sfilarono pacificamente per le strade della parte Est di Los Angeles per protestare contro l’altissimo numero di feriti messicano-americani nel conflitto in Vietnam. All’improvviso la polizia rispondendo ad uno spaurito numero di disturbatori iniziò ad attaccare la folla con gas lacrimogeni. Più di duecento manifestanti vennero arrestati, centinaia furono i feriti e tre uomini persero la vita: Angel Díaz, Lyn Ward[3] e il famoso giornalista chicano Rubén Salazar[4] (Escobar, 1993, pp. 1483-1514), ucciso mentre se ne stava tranquillamente seduto al The Silver Dollar Bar. Nonostante l’inchiesta stabilì che si trattò di omicidio intenzionale, l’ufficiale della polizia, Thomas Wilson, non verrà mai condannato ufficialmente. Salazar divenne così un martire per il movimento chicano e la sua vicenda il simbolo e la testimonianza dell’abuso e della violenza delle forze dell’ordine sui messicano-americani.

Nonostante i molti obiettivi raggiunti, primo fra tutti la creazione all’interno delle Università di Dipartimenti di Ethnic Studies – la Raza/Chicano Studies, il movimento non riuscirà mai né ad ottenere la completa uguaglianza sociale, economica e politica con gli anglo-americani, né ad arrivare alla realizzazione di una nuova nazione chicana all’interno di quella statunitense. La società anglo-americana reagirà a queste richieste con una dura e fiera opposizione che segnerà, di fatto, un insuccesso da parte del movimento. A contribuire a questo fallimento furono certamente anche le divisioni interne.

A parere di alcuni studiosi, la nozione di “identità culturale chicana” – così come si presentava in questi anni – appariva problematica e, in qualche modo, anche limitata. Essa, in effetti, sembrava indicare qualcosa di fisso, statico e soprattutto uni-dimensionale. In questo concetto parevano non aver voce tutte quelle differenze storico-culturali, insieme anche a quel coro di diversità di genere, classe, età e orientamento sessuale che, ben lontano dal rappresentare una possibile causa di divisione e frammentazione, andava piuttosto percepito come una vera e propria fonte di ricchezza culturale e sociale. Così però non fu e, presto, l’ala maggioritaria del movimento entrò in contrasto con le innumerevoli minoranze che lo costituivano.

Chicanas e queer chicanas

La sua ala femminile e, in seguito, quella omosessuale, iniziarono verso la metà degli anni Settanta a prendere le distanze dal machismo che connotava fortemente, con i suoi valori patriarcali – incentrati sulla sottomissione della donna all’uomo – la gran parte delle scelte e degli orientamenti del movimento. Sarà nel 1971, nel corso di un seminario tenutosi a Houston che più di seicento donne chicane provenienti da ogni parte del paese si incontrarono per tenere la prima conferenza nazionale della Raza women. Fu allora che si diffonderà la nuova denominazione di chicanas, nata dalla rivendicazione e dall’orgoglio dell’essere in primo luogo donne e, in seconda istanza, appartenenti al popolo della Raza. Si tratta di un’auto-denominazione critica che si propone di superare le contraddizioni insite nella posizione marginale che queste donne occupavano sia all’interno del movimento che della società in generale.

Esse metteranno in discussione la categoria di genere per arrivare poi a problematizzare le pratiche di potere[5] (Butler, 2006) che si esercitano tramite la divisione dei ruoli sessuali. Le chicane inizieranno dunque a rivendicare i propri diritti nell’accesso all’istruzione e nelle scelte legate alla maternità o all’entrata nel mondo del lavoro. Le loro richieste provocarono un’immediata reazione di chiusura, non solo da parte degli uomini ma anche da parte di alcune donne che inizieranno a considerare le femministe chicane come “bad women” o “malas mujeres”, poiché a loro parere costituivano una vera e propria minaccia per l’integrità della famiglia. Inoltre, molti altri all’interno del movimento ritennero che esse potessero spostare l’attenzione da problemi considerati molto più gravi, come ad esempio quello della discriminazione razziale.

Tutto ciò dimostra che l’identità di un gruppo non si costruisce solamente in relazione all’etnicità, nel nostro caso quella chicana e quella anglo-americana, ma anche nel confronto tra i diversi membri che costituiscono uno stesso gruppo etnico, tenendo conto di altri fattori: il genere, l’orientamento sessuale, la classe, la generazione, ecc. Questo le chicanas lo compresero presto, rifiutandosi – da un certo momento in poi – di essere inglobate all’interno di un’identità non solo maschile e patriarcale, ma anche sessista. Alcune andarono oltre, sostenendo che esistono diversi modi di essere donna e non tutte possono essere accomunate dalla scelta dell’eterosessualità.

Queste tensioni, sfociate poi in un’effettiva separazione delle chicanas e, successivamente, delle chicans queer dall’ala dominante – maschile – del movimento, segneranno di fatto l’inizio del suo progressivo declino. Ritengo però inappropriato attribuire esclusivamente alle femministe chicane la responsabilità della fine del chicanismo, almeno nella forma in cui si presentava in questi anni. Andrebbe piuttosto riconosciuto a queste donne il merito di aver segnato, attraverso le loro battaglie, una svolta significativa verso l’emancipazione femminile sia all’interno della società anglo-americana sia all’interno di quella messicano-americana.

La scrittrice e poetessa Gloria Anzaldúa, autrice del famoso testo “Borderlands – La Frontera”

Questa divisione interna al chicanismo si rifletterà inoltre anche su un altro aspetto, quello riguardante le politiche da adottare nei confronti della società statunitense. Mentre l’ala estremista sottolineava la necessità di una netta separazione da questa, la parte meno intransigente era invece orientata verso una politica di inclusione. Ciò che effettivamente si verificò negli anni del movimento fu una sorta di via di mezzo tra queste due posizioni. In particolare, molti chicani sembravano voler dire: “Mi «auto-escludo», ma esaltando e valorizzando la mia differenza […]” (Montezemolo, 2004, p.10). Solo attraverso il recupero del proprio orgoglio etnico, infatti, sarebbero potuti emergere da una situazione di subalternità. Ai famosi slogan dei black, si andranno pertanto ad aggiungere nuovi motti come ad esempio: Brown is beautiful! Viva la Raza! Viva la Causa[6]! Soy orgulloso de ser chicano! Questo coro di voci, accompagnato dallo sventolare di migliaia di bandiere rosse con il simbolo nero dell’aquila[7] (Del Castillo – Garcia, 1995), riecheggiò per molti anni lungo le strade di tutto il paese.

Fu Manuel Chávez, cugino di César, a sventolare per la prima volta la bandiera della National Farm Workers Asociation e a spiegarne il significato: “When that damn eagle flies, the problems of the farm workers will be solved” (Del Castillo – Garcia, 1995, p. 22). Nacque così l’emblema ufficiale della NFWA, simbolo di una nuova coscienza sociale e politica.

Per riprendere un motivo caro all’antropologia interpretativa e, in particolare, a Clifford Geertz (Geertz, 1998), la cultura di un popolo si trova incorporata in simboli pubblici, i quali, a loro volta, modellano le azioni, i sentimenti e le percezioni degli individui. A questi simboli si possono però dare solo interpretazioni provvisorie, fatte da individui storicamente e culturalmente situati. In base a questa concezione, la cultura va quindi considerata come un testo, che può essere letto in differenti modi. Per certi aspetti, quest’idea può essere ritenuta valida ancora oggi, almeno per quanto riguarda il movimento chicano, i cui simboli, appunto, sono stati caricati di valori e valenze strettamente connesse a specifiche e, talvolta contingenti, vicissitudini storico-geografiche.

Il movimento chicano è terminato?

Veniamo ora al punto finale e, per certi aspetti, anche decisivo di questo articolo. Nonostante il progressivo declino del movimento, iniziato a partire dal 1975, a parere di molti chicani esso non può comunque dirsi terminato. Come, infatti, mi disse un informatore nel corso della mia ricerca: “¿Cómo es posible decir que había terminado el  Movimiento si la meta nunca fue realizada? No sé de dónde sacaste que el Movimiento terminó”[8].

Certamente ha cambiato forma, oggi nuove voci si alzano nell’aria scandendo altri slogan e rivendicando mancati diritti. Sono le voci delle nuove generazioni di chicanos, le cui battaglie beneficiano in qualche modo di ciò che i loro genitori hanno fatto qualche decennio fa. “Han recaudado lecciones de la experiencia y han seguido adelante, obrando con líderes nuevos, mujeres y hombres en las trincheras de las luchas cotidianas” (Martínez, 1991, p. V).

Oggi gli Stati Uniti sono un paese fortemente provato dal punto di vista politico ed economico e pertanto poco incline a situazioni culturali ibride. È all’interno di questo contesto che il movimento tenta di sopravvivere nonostante le divisioni interne da una parte e, dall’altra, le numerose forze che nel corso del tempo hanno tentato di inglobarlo all’interno della società dominante.

Anche se non siamo più di fronte ad un movimento compatto e massivo, che si esprime attraverso grandi manifestazioni o lunghe marce di protesta, il chicanismo sopravvive ancora e lo fa radicandosi, attraverso il ricordo, nella coscienza di coloro che ne hanno preso attivamente parte.

L’identità di un gruppo per sussistere e mantenersi viva ha necessariamente bisogno del supporto della memoria, intesa come un processo di selezione nel quale gli individui coinvolti decidono di preservare alcuni elementi – risalenti ad un passato condiviso e caricati poi di un significato simbolico – e di eliminarne degli altri, perché ritenuti irrilevanti ai fini del discorso e della rappresentazione che il gruppo vuole dare di sé stesso. Solo attraverso il recupero della propria memoria etnica, ma anche personale, il messicano-americano riuscirà a negoziare all’interno della società statunitense una nuova identità che non escluda il proprio passato, ma che – allo stesso tempo – sia aperta al futuro.

Il fatto che il chicanismo sopravviva fondamentalmente sotto forma di consapevolezza identitaria, non impedisce però ai messicano-americani di continuare ad esercitare un’azione performativa all’interno della società statunitense. È proprio questa capacità performativa che ha consentito – e consente ancora oggi – a questi individui non solo di mantenere viva la memoria del movimento ma anche di continuare a perseguire tutti quegli ideali ed obiettivi che vanno a costituire la loro identità etnica e culturale.

Il movimento chicano, o ciò che ne rimane, dovrà pertanto cercare di assumere nuove forme per potersi così confrontare più efficacemente con i cambiamenti della società attuale. Le politiche conservatrici di Ronald Reagan prima e George J. Bush poi, hanno messo il movimento ed ogni altro gruppo che lotta per la difesa dei diritti civili di fronte a nuove e preoccupanti sfide: tra le principali troviamo il problema dell’immigrazione.

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[1] Altissimo è il numero dei lavoratori chicani ammalatosi di cancro mentre lavoravano nei campi a contatto con prodotti altamente tossici.

[2] Asociación Nacional de Trabajadores Campesinos.

[3] Ricordiamo che aveva solo quindici anni.

[4] Famoso reporter del Los Angeles Times e direttore della più polare stazione televisiva di lingua spagnola di L.A.

[5] Si tratta di un concetto elaborato da M. Foucault per spiegare il modo in cui il potere agisce. Esso vive attraverso tutte quelle regole che noi seguiamo nel corso della nostra prassi quotidiana. In questo modo non facciamo altro che rafforzare certi paradigmi dominanti, come quello della diversità naturale/biologica tra uomo e donna o quello dell’eterosessualità.

[6] Questo era il motto della National Farm Workers Association, guidata da César Chávez.

[7] Ricordiamo che in Messico i colori rosso e nero significano huelga, cioè sciopero.

[8] Dall’intervista a Jesus Moreno.

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